SAN FRANCESCO D’ASSISI IN DIALOGO CON LE CULTURE

Introduzione

Oggi assistiamo ad un fenomeno molto curioso: dopo lo scioglimento del blocco comunista, i contatti tra le varie religioni sono diventate più difficili di prima. Assistiamo all’insorgere di fondamentalismi e di chiusure di gruppi non solo di altre religioni come i musulmani, ma anche di cristiani come per es. quelli di tradizione ortodossa orientale. Si ha l’impressione che le culture e le religioni invece di incontrarsi in un dialogo fecondo si scontrino nella diffidenza e spesso nel rigetto, quasi che l’una abbia paura dell’altra e perciò lo rifiuta.

Per rimanere nel campo cristiano si costata, per es., che mentre la Chiesa ortodossa russa durante il comunismo era quella più aperta al dialogo ecumenico perché costituiva la sola possibilità di apertura verso il mondo libero ed anche  perché ai regimi comunisti conveniva che la chiesa diventasse la portavoce della loro propaganda pacifista, ora invece la chiesa ortodossa tende a ripiegarsi in se stessa e a rifiutare ogni dialogo. Si aggiungano le difficoltà obbiettive sorte dal cosiddetto problema dell’«uniatismo» che continua ad avvelenare le relazioni tra cattolici ed ortodossi. Così quello che, per la chiesa cattolica, doveva essere il modo più facile per avvicinare gli  ortodossi, si e’ dimostrato l’ostacolo più grande.

Ci sono anche delle difficoltà che nascono dall’invasione negli ex paesi comunisti di presenze di sette protestanti, di movimenti e ordini religiosi cattolici. La chiesa ufficiale ortodossa di questi paesi si sente minacciata, a torto o a ragione, sente che queste presenze hanno uno solo scopo: fare proselitismo approfittando della povertà della loro gente e della poca organizzazione delle chiese ortodosse.

Ci sono poi alcune ragioni del rifiuto dell’Occidente da parte delle chiese ortodosse (ma anche di cultura musulmana e induista) di ordine etnico e psicologico. Si sa che in quasi tutti i paesi di tradizione ortodossa, l’ortodossia da sempre rappresenta la coscienza nazionale di questi paesi. Il rigurgito del nazionalismo in questi paesi porta con se anche un rinascere dell’ortodossia di matrice fondamentalista  tendente a rifiutare tutto ciò che non è ortodosso come estraneo alla cultura e alla tradizione del paese. Recentemente nelle strade di Atene sono sfilati dei cortei organizzati dai vescovi e dai monaci. Centinaia di miglia di gente sfilando sbandierava lo stendardo di Bisanzio, la croce, la bandiera greca  e degli striscioni in cui si poteva leggere in inglese lo slogan: «I am greek orthodox and proud of it».

Poi esiste un fatto di ordine psicologico e storico insieme molto importante. E’ certo che gli ordini religiosi della Chiesa cattolica hanno cercato lungo i secoli di fare proselitismo tra i gli ortodossi e ancora attualmente tra le altre grandi religioni. Si pensi la presenza cattolica in India  dove gli  induisti a torto o a ragione si sentono minacciati dalla presenza della chiesa cattolica. Gli ortodossi guardano agli ordini religioni cattolici presenti nei loro paesi come noi cattolici consideriamo con diffidenza i vari rappresentanti di sette protestanti provenienti dall’Americano che operano tra la gente delle nostre parrocchie.

Persino nel campo teologico ci sono stati periodi  in cui la teologia ortodossa era si ispirava alla teologia scolastica cattolica della peggiore specie.

Così per es. i secoli XVII e XVIII in Russia si distinguono per il massiccio influsso cattolico e protestante non solo nella teologia, ma anche nell'iconografia e nella musica liturgica. Tutto questo creò un'atmosfera confusa ed ibrida negli ambienti ecclesia­stici e in genere nella vita specie dei moscoviti.

Era tanto l'influsso della teologia cattolica su quella russa che nelle sue quattro Accademie ecclesiastiche (Kiev, Mosca, Pietroburgo, Kazan') l'insegnamento della teologia era tenuto in latino come pure i manuali di Dogmatica erano scritti in questa lingua fino alla metà del sec. XIX!

Oggi gli ortodossi cercano di prendere coscienza della loro identità e delle loro tradizioni rifiutando tutto ciò che sa di occidentale anzi la loro teologia, la loro spiritualità spesso non è propositiva ma dialetticamente opposta all’occidente cristiano.

Bisogna anche notare un altro fattore che sta nel subcosciente del mondo ortodosso. Gli ortodossi e in parte in mondo protestante non crede alla sincerità della chiesa cattolica nel campo ecumenico, essi trovano troppe contraddizioni tra i documenti ufficiali della chiesa cattolica e la prassi. Si può anche affermare che gli ortodossi hanno paura della Chiesa cattolica, della sua organizzazione, delle sue ricchezze. Essi confondono la Chiesa cattolica con il Vaticano e spesso con la Città del Vaticano e l’accusano di secolarizzazione, di mondanizzazione; la guardano come una potenza non solo nel campo religioso ma anche in quello finanziario e politico. Hanno paura che il dialogo ecumenico sia un cavallo di Troia che permetterà alla chiesa cattolica di assorbire quella ortodossa. Giusti o sbagliati questi atteggiamenti il fatto sta che agiscono nell’animo degli ortodossi e condizionano il loro atteggiamento nei confronti dei cattolici e specialmente degli  ordini religiosi occidentali. 

Ancora più drammatica è la situazione in paesi musulmani e indù. Basta pensare alle difficoltà dei cristiani in Sudan, in Algeria, in Indonesia, nell’India…

Oggi le nostre famiglie  francescane operano in nuovi territori più liberi dal punto di vista politico ma, spesso con pesanti condizionamenti ecumenici. La nostra presenza in questi territori è solo in favore dei cattolici o può avere anche, in quanto francescani, un significato per chi non è cattolico? Quale dovrebbe essere l’atteggiamento del francescano quando si inserisce in territori non cattolici e per di più con atteggiamenti pregiudiziali nei confronti della chiesa cattolica? Basta che il francescano cerchi di adattarsi alla civiltà di quei paesi, di «inculturarsi» per potere la sua presenza essere accetta?

La risposta a questi interrogativi ci verrà fornita dall’atteggiamento stesso di San Francesco di fronte al mondo e persino di fronte ai musulmani. E’ interessante costatare che più di 800 anni fa il Poverello ha assunto un atteggiamento di fronte ai diversi che solo ora noi scopriamo ma ache ancora è estremamente difficile applicare perché suppone la conversione del cuore.

Prima, però, esamineremo quale fu l’atteggiamento di S. Francesco nei confronti del mondo e delle popolazione con diversa religione e accenneremo a come Francesco è stato accettato dai non cattolici e ci domanderemo il perché egli, un cattolico fedele alla sua chiesa, è accettato e amato da chi cattolico non è anzi neppure cristiano.

Francesco nel giudizio dei non cattolici

Non è senza significato il fatto che Francesco sia il santo della Chiesa cattolica più amato e più accettato da parte dei non cattolici. Ci soffermeremo nel confronto con il mondo e la cultura ortodossa orientale perché è  quella che oggi presenta più difficoltà nell’incontro con gli altri.

S. Francesco rappresenta la sintesi più felice del mondo spirituale latino e greco e questo, perché la sua intuizione cristiana, nutrita dalla fonte di ogni spiritualità, la Bibbia, ha assimilato anche quelle ricchezze rimaste intatte nel mondo cristiano orientale. E’ questa la ragione per cui S. Francesco è «di casa» nel mondo ortodosso sia slavo che greco. A dire di Olivier Clement (vivente) noto teologo ortodosso francese, «S. Francesco certo è il santo occidentale più popolare, il più amato nell’ortodossia»[1]

Il grande filosofo e teologo russo Nicolas Berdjaeff (1874-1948) vedeva in Francesco «il fatto più importante della storia del Cristianesimo dopo la vita stessa di Gesù Cristo»[2]. E sempre O. Clement che afferma che il grande teologo ortodosso Vlandimir Lossky (1903-1958) aveva una devozione particolare per S. Francesco d’Assisi e lo considerava come uno dei suoi intercessori. Ne parlava spesso ai suoi figli e uno dei regali più importanti che fece loro era una vita di S. Francesco[3].

Ancora nella diaspora russa in Francia, un Nikita Struve, eccellente storico della Chiesa russa nel XX secolo, ha chiesto in una prefazione al Messaggero ortodosso, alcuni anni fa, che la santità di Francesco d’Assisi sia apertamente riconosciuta dalla Chiesa ortodossa. Ora, Nikita Struve fu nei nostri giorni uno di coloro che hanno affermato nel modo più netto, insieme ai monaci del Monte Athos, la specificità della Ortodossia e che hanno posto l’accento sulle differenze che separano l’Ortodossia dal Cattolicesimo.

Nel mondo greco sono soprattutto gli intellettuali ad essere i più innamorati di Francesco. Colui che ha contribuito maggiormente a far conoscere S. Francesco in Grecia è stato Nikos Kazantzakis (1883-1957), il più grande romanziere della Grecia moderna. Basti pensare ai romanzi ben noti anche in Occidente come Zorba il Greco, L’ultima tentazione, Cristo è il nuovo crocifisso ed altri. Nella sua ricerca dell’Assoluto aveva girato il mondo, vissuto sul Monte Athos, tra i monaci del Tibet e dell’India. Cercava in qualche parte la santità. Scriveva in un suo libro autobiografico: «Il mio primo spasimante desiderio, afferma, è stata la ricerca della libertà. Il secondo, che dentro di me mi distrugge e mi tormenta, è la sete immensa per la santità»[4].

Egli aveva avuto la prima conoscenza di Francesco e dei francescani prima nella città natale di Iraklion a Creta dove esisteva ed esiste ancora un convento dei Cappuccini. In seguito, trasferitosi con la famiglia nell’isola di Naxos, negli anni 1897-1899 frequentò la scuola di Santa Croce tenuta dai francescani. Quando poi tradusse in greco la Divina Commedia di Dante, per il quale nutriva un’ammirazione senza confronto, imparò a memoria l’undicesimo canto del Paradiso che rappresentava una delle pagine più sublimi che siano mai scritti su S. Francesco.

Dopo tanta ricerca dell’assoluto finalmente approdò ad Assisi, dove rimase quasi un anno. Proprio in quella città, come confessa lui stesso, finalmente scoprì «in Francesco il prototipo assoluto della santità». Lì incontrò J. Jörgensen e tra di loro si instaurò una feconda amicizia. Il frutto di questa permanenza ad Assisi e dell’incontro con lo scrittore danese fu la traduzione in uno stupendo greco moderno di S. Francesco d’Assisi dello stesso Jörgensen pubblicato durante in secondo conflitto mondiale e ancora ristampato. Più tardi, Kazantzakis scriverà uno dei suoi libri più belli: Il poverello di Dio[5]. Si tratta di una vita fantasiosa di Francesco, con interpretazioni personalissime, ma piena di una freschezza poetica che sbalordisce. La forza di espressione è tale che ora scandalizza, ora rapisce, ora fa riflettere ma non lascia mai indifferente.

Intanto, per capire un po’ cosa rappresenti S. Francesco per Nikos Kazantzakis traduciamo qualche pagina dell’introduzione a S. Francesco d’Assisi di J. Jörgensen, dove racconta il suo incontro con l’allora a lui ignoto scrittore danese. Presentandosi a lui gli dice:

« Sono della Grecia e sono venuto ad Assisi perché amo S. Francesco

- Io sono dall’altro estremo dell’Europa, risponde l’ignoto, dalla Danimarca. Anch’io amo S. Francesco e sono venuto per venerarlo Lei perché ama S. Francesco?

- Per due motivi, ho risposto. Primo, perché era poeta, il più grande poeta del primo Rinascimento. Si è chinato e ha ascoltato dentro le cose più umili e insignificanti, quel qualcosa di immortale, nascosto: la melodia. Ha veramente ragione il suo biografo, Tommaso da Celano, quando dice: "Un velo molto sottile lo separava dall’immortalità". Per questo egli era capace di ascoltare la melodia dietro quel diaframma. Questa melodia lui la chiamava Dio, io fino adesso la chiamo poesia.

Nella Premessa a Il Poverello di Dio Kazantzakis scriveva: «Amore, pietà, ammirazione per questo eroe sono i sentimenti che predominano in me, mentre scrivevo questa leggenda, più vera però della verità stessa: spesso grosse gocce di lacrime bagnavano il manoscritto e spesso una mano che recava i segni di una ferita che eternamente si rinnova ed eternamente le viene inferta s’agitava davanti a me nell’aria. Mentre scrivevo, io avvertivo da ogni parte, attorno a me, la sua presenza invincibile. Perché per me S. Francesco rappresenta il prototipo dell’uomo impegnato che, con incessante e dura lotta, è riuscito a realizzare il supremo dovere che s’impone all’uomo e che è al di sopra della stessa verità, dell’etica e della bellezza: trasformare in spirito la materia che Dio gli ha affidato»[6].

Un’altra personalità della Grecia di oggi che è stata colpita dalla santità di Francesco è Pannaghiotis Kanellopulos, intellettuale e uomo politico tra i più apprezzati in Grecia. Ex primo ministro, scrisse una monumentale opera intitolata Storia dello spirito europeo. Nel primo volume, trattando di S. Francesco, scrive:

«è possibile che siano veramente santi quanti si sono ritirati nel Monastero del Monte Sinai, o sul Monte Athos, se sono riusciti a vivere realmente e profondamente il significato dei santi esitasti. Quanti però (come S. Francesco) andavano di città in città dando agli altri i loro sandali (se ne avevano) e i loro piedi si riducevano a grondare sangue nella ricerca dei lebbrosi per lavarne le piaghe quanti preferivano salvare gli altri anziché se stessi e avevano la forza dell’anima per sorridere quando li bastonavano o li lapidavano o li prendevano in giro, persistendo nell’amare, questi erano molto più santi degli altri. La loro presenza nel mondo era molto più decisiva per lo svolgersi della storia... Oggi, dopo otto secoli di storia, e tenendo presente il modello assoluto incarnato da Cristo, possiamo affermare che Francesco rappresenta la più dolce figura umana che l’Europa ha generato. La sua vita e la sua poesia sono qualcosa di unico nella storia. Ma è poi possibile distinguere la vita di Francesco dalla sua poesia? La sua stessa vita, come la presentano gli immortali Fioretti è una continua poesia»[7].

Fotis Contoglou, il più grande pittore greco post-bizantino di icone e insieme profondo teologo dell’iconografia ripeteva, con evidente senso polemico, che S. Francesco era «l’unico santo autenticamente “ortodosso” della Chiesa cattolica»[8].

L’accettazione di S. Francesco da parte di quasi tutti i non cattolici si fonda su alcuni aspetti della spiritualità francescana che rendono il «Poverello di Dio» un uomo che appartiene all’umanità e che dovrebbe caratterizzare l’attività del francescano in ogni luogo ma specialmente in quei paesi dove la maggioranza non è cattolica e per di più esistono delle difficoltà di dialogo.

Francesco vive il Vangelo in povertà e minorità

Quello che si rimprovera al cattolicesimo da parte degli orientali è di avere appesantito la freschezza del vangelo con una infrastruttura che spesso sa di potere mondano. Si guarda al Cattolicesimo del Medioevo ma anche di oggi come un enorme organismo super organizzato con abbondanza di mezzi  pronto ad assorbire le culture e le tradizioni degli altri. I missionari sarebbero i soldati del papa mandati all’assalto per assoggettare le altre religioni a lui. E’ chiaro che questi sentimenti sono vissuti spesso a livello subcosciente.

San Francesco è visto come qualcuno che per il suo stile di vita e il suo insegnamento si distacca da questa impressione negativa. Il Poverello impressiona i non cattolici per il la sua evangelicità ed è accettato da tutte le culture perché il Vangelo è universale. Come afferma Paolo VI il Vangelo «è indipendente rispetto a tutte le culture» (Evangelii nuntiandi, 20).

Francesco non solo nei suoi Scritti si riferisce continuamente al Vangelo e vuole che i suoi frati  vivano «secondo la forma del santo Vangelo »[9], ma anche per il suo stile di vita e’ povero ed umile; non vuole imporsi in modo trionfalistico a  nessuno e perciò non fa paura a nessuno, l’altro non si deve difendere da lui perché non vuole togliere a nessuno niente non volendo egli stesso possedere niente. Minorità, povertà, semplicità, sincerità autenticità sono le sole armi con le quali egli avvicina l’altro. Quando poi a queste si aggiunge l’amore sincero che non desidera conquistare ma donarsi allora avviene l’incontro liberatore con l’altro.

Egli segue anche in questo l’esempio di Cristo il Verbo incarnato che per parlare agli uomini ha voluto svuotarsi nella kenosis dell’incarnazione e della passione e morte. Ecco perché durante il Sinodo sull’evangelizzazione del 1974 i vescovi dell’Africa e del Madagascar hanno affermato: «I vescovi dell’Africa e del Madagascar giudicano del tutto superata la cosiddetta teologia dell’adattamento. Essi la sostituiscono con la teologia dell’incarnazione»[10]. Il significato dell’incarnazione, che trova il suo compimento nel mistero pasquale, consiste nell’affermare sperimentalmente ed esistenzialmente che Dio è veramente con noi, fa parte della nostra storia, di  ogni storia. E’ quindi impossibile canonizzare una storia o una cultura particolare.

Questo è ancora più evidente quando si tiene presente come Francesco considera la missione.  

L’ideale missionario di Francesco

Il paradigma dell’incarnazione-kenosis è ormai comune nella teologia della missione. L’approccio all’evangelizzazione delle culture dipende dalla teologia della missione che si professa. Prima la missione era considerata come conquista. I missionari partivano alla conquista degli erranti per evitare che precipitassero all’inferno. Si parlava della missione come implantatio Ecclesiae e si stabilivano avamposti commerciali e militari nei paesi stranieri. Il Concilio Vaticano II ha cambiato questa mentalità. Ha parlato di dialogo, riconoscendo nelle altre religioni e culture elementi buoni e santi e semi del Verbo. La missione è radicata nel modo in cui la Trinità si inserisce nel mondo: «La chiesa peregrinante per sua natura è missionaria, in quanto essa trae origine dalla missione del Figlio e dalla missione dello Spirito Santo, secondo il disegno di Dio Padre. Questo disegno scaturisce dall'"amore fontale", cioè dalla carità di Dio Padre, che essendo il principio senza principio, da cui il Figlio è generato e lo Spirito Santo attraverso il Figlio procede, per la sua immensa e misericordiosa benignità liberamente creandoci ed inoltre gratuitamente chiamandoci a partecipare nella vita e nella gloria, ha effuso con liberalità e non cessa di effondere la divina bontà, sicché lui che di tutti è il creatore, possa anche essere "tutto in tutti" (1 Cor. 15, 28)»[11].

Questa missione di Dio ha una portata universale. La Gaudium et spes afferma: «Cristo, infatti, è morto per tutti e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina, perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale» (n. 22). 

La chiesa è il sacramento di Dio innalzato in mezzo alle nazioni, essa è una profezia vivente del dialogo amoroso tra Dio e l’umanità, la sua missione è di essere la misericordia vivente di Dio in mezzo al mondo. Il missionario è un profeta,che disarmato chiama il popolo alla conversione per scoprire  l’amore di Dio e, se è necessario come Cristo, dà  la propria vita per amore.

Il desiderio di Francesco di andare in mezzo agli uomini deriva da una sua esperienza chiave. Un giorno, nella chiesa della Porziuncola, Francesco sente leggere il Vangelo dell’invio degli apostoli (Mt 10, 5-14) o dell’invio  dei 72 discepoli (Lc 10, 1-10).

«Un giorno in cui in questa chiesa si leggeva il brano del Vangelo relativo al mandato affidato agli Apo­stoli di  predicare, il Santo, che ne aveva intuito solo il senso generale, dopo la Messa, pregò il sacerdote di spie­gargli il passo. Il sacerdote glielo commentò punto per pun­to, e Francesco, udendo che i discepoli di Cristo non devono possedere né oro, né argento, né denaro, né portare bisaccia, né pane, né bastone per via, né avere calzari, né due tonache, ma soltanto predicare il Regno di Dio e la penitenza, subito, esultante di spirito Santo, esclamò: “ Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore! » (1 Cel 22: FF 356).

Francesco vuole presentarsi al mondo spoglio ricco solo della parola di Dio. Quando altri compagni si uniscono a lui Francesco, mediante un simbolico gesto, li divide in quattro gruppi di due ciascuno e dice: «Andate, ca­rissimi, a due a due per le varie parti del mondo e annun­ciate agli uomini la pace e la penitenza in remissione dei peccati; e siate pazienti nelle persecuzioni, sicuri che il Si­gnore adempirà il suo disegno e manterrà le sue promesse. Rispondete con umiltà a chi vi interroga, benedite chi vi perseguita, ringraziate chi vi ingiuria e vi calunnia, per­ché in cambio ci viene preparato il regno eterno» (1 Cel 29: FF 366).

Anche se si tratta di una interpretazione della parola di Francesco è significativo il fatto che la comunità francescana primitiva ha la coscienza che bisogna presentarsi agli uomini come Cristo predicando la pace e la penitenza. Il comportamento dei frati minori deve essere disarmante caratterizzato dall’umiltà e dalla non violenza anche in caso che essi subiscano la violenza.

Il Poverello si presenta come annunciatore di pace e di penitenza non solo ai cristiani, ma anche ai musulmani.

Nel Capitolo di Pentecoste del 1219 Francesco portò il problema della missione ai musulmani davanti a tremila frati. Egli, per dare il buon esempio, decise di partire insieme ad alcuni frati per l’Egitto dove giunse nel giugno del 1219 imbarcato su una delle molte navi che portavano rinforzi ai Crociati che assediavano Damietta.  Osservando i crociati egli si accorse che non si trattava di nessuna «guerra giusta» perciò tentò di convincere il Cardinale Pelagio Galvani, conduttore della Crociata e i soldati a fare armistizio e ad accettare l’offerta di pace del Sultano Malekal Kamil (1218-1238). Si sa che Francesco non fu ascoltato e l’esercito cristiano subì una dolorosa sconfitta lasciando sul campo 6.000 morti.

Dopo questa sconfitta Francesco vuole recarsi presso il Sultano, l’avvenimento ci viene raccontato da Giacome da Vitry.

« Noi abbiamo potuto vedere colui che è il primo fondatore e il maestro di questo Ordine, al quale obbediscono tutti gli altri come a loro superiore generale: un uomo semplice e illetterato, ma caro a Dio e agli uomini, di nome frate Francesco. Egli era ripieno di tale eccesso di amore e di fervore di spirito che, venuto nell'esercito cristiano, accampato davanti a Damiata, in terra d'Egitto, volle recarsi, intrepido e munito solo dello scudo della fede, nell'accampamento del Sultano d'Egitto. Ai Saraceni che l'avevano fatto prigioniero lungo il tragitto, egli ripeteva: « Sono cristiano, conducetemi davanti al vostro signore ». Quando gli fu portato davanti, osservando l'aspetto di quell'uomo di Dio, la bestia crudele si sentì mutata in uomo mansueto, e per parecchi giorni l’ascoltò con molta attenzione, mentre predicava Cristo davanti a lui e ai suoi. Poi, preso dal timore che qualcuno dei suoi si lasciasse convertire al Signore dall'efficacia delle sue parole, e passasse all'esercito cristiano, lo fece ricondurre, con onore e protezione nel nostro campo; e mentre lo congedava, gli raccomandò: « Prega per me, perché Dio si degni mostrarmi quale legge e fede gli è più gradita »[12]. A proposito di questo racconto osserva uno studioso di Francesco: «Dalle parole del presule francese emerge con chiarezza inequivocabile che egli non volle, né ebbe alcuna protezione armata o salvacondotto; nel pieno svolgimento delle operazioni militari si mosse  soltanto per ardore delle fede e nello spirito missionario. Anche i musulmani erano fratelli, ai quali mostrare la vera via della salvezza, quella che può dare solo  Gesù Cristo»[13].

Possediamo un’altra testimonianza della Leggenda Perugina in cui appare chiaro lo spirito universalista di Francesco e il modo con cui egli lo voleva attuare. Nel maggio 1217 egli intraprese un viaggio verso la Francia, passando da Firenze incontrò  il Cardinale Ugolino.

« Il rappresentante papale fu molto felice dell'arrivo di Francesco. Quando però ebbe udito da lui che intendeva andare in Francia, gli proibì quel viaggio: “Fratello, non voglio che tu vada oltralpe, poiché nella curia romana vi sono numerosi prelati e altri personaggi che nuocerebbero volentieri al bene del tuo Ordine. Io e altri cardinali che amiamo il tuo movimento, lo proteggiamo di gran cuore e  lo aiutiamo, purché tu non ti allontani da queste regioni”. Disse Francesco: “Messere, è triste per me rimanere in queste province, dopo che ho inviato i miei fratelli in regioni lontane e straniere”. Il vescovo replicò con voce di rimprovero: “E perché hai mandato i tuoi fratelli così lontano a morire di fame e di altre tribolazioni?”. Gli rispose il Santo con grande slancio di spirito e con tono profetico:  “Non pensate, messere, che il Signore abbia inviato i frati soltanto per il bene di queste regioni. Vi dico in verità che Dio ha scelto e inviato i frati per il vantaggio spirituale e la salvezza delle anime degli uomini del mondo intero; essi saranno ricevuti non solo nelle terre dei cristiani, ma anche in quelle degli infedeli. Purché osservino quello che hanno promesso al Signore, Dio darà loro il necessario nelle terre degli infedeli come in quelle cristiane”. Ugolino fu molto ammirato da queste parole, affermando che diceva il vero. Però non lo lasciò proseguire verso la Francia. Il Santo vi mandò frate Pacifico con altri frati, mentre lui tornò nella valle di Spoleto»  (FF 1638).

Il modo con cui il frate minore deve «inculturarsi» quando per «divina ispirazione» va tra gli infedeli è descritto da Francesco nel cap. XVI della Regola non bollata:

«I frati poi che vanno fra gli infedeli, possono comportarsi spiritualmente in mezzo a loro in due modi. Un modo è che non facciano liti o dispute, ma siano soggetti ad ogni creatura umana per amore di Dio (Cf. 1 Pt 2,13) e confessino di essere cristiani.  L’altro modo è che quando vedranno che piace al Signore, annunzino la parola di Dio… E tutti i frati, ovunque sono, si ricordino che si sono donati e hanno abbandonato i loro corpi al Si­gnore nostro Gesù Cristo. E per il suo amore devo­no esporsi ai nemici sia visibili che invisibili, poiché di­ce il Signore: “Colui che perderà l’anima sua per causa mia la salverà per la vita eterna”».

Per Francesco al primo posto non c’è la predicazione o addirittura un programma sociale per spingere gli infedeli al battesimo, ma lo stile di vita da «frate minore»: i frati, sempre, ma specialmente quando si trovano in situazioni limite e tra gente avversa non debbono né litigare né disputare, ma essere tra di loro un esempio di fraternità. Anzi, lungi da voler imporsi agli altri, essi stessi debbono essere soggetti agli altri e addirittura ad ogni umana creatura. Fedele al suon nome di minore il frate deve essere il più piccolo nei confronti di tutti e prendere ogni volta l’ultimo posto.

La professione di fede orale e la predicazione viene dopo la testimonianza vissuta nella concordia fraterna, nell’atteggiamento di riconciliazione e nella sottomissione incondizionata agli uomini. Non andare contro gli altri, in modo combattivo e polemico, ma andare tra gli uomini in modo aperto disponibile al servizio, dominare se stessi per poter operare in forma riconciliante, vivere di fronte a tutti in fraternità, essere sottomessi a uomini di altri costumi, di altre culture e religioni, senza rinnegare la propria fede, questo è in sintesi il  modo di «inculturarsi» della missione francescana. Questo significa la non violenza, il rifiuto al trionfalismo, la disponibilità alla pace, il coraggio della fede, la disponibilità al dialogo includente anche il martirio.

Nei vv. 12-15 Francesco cita le parole di Cristo che predice ai suoi discepoli la persecuzione e anche la morte a causa della loro fedeltà e al loro amore a lui, il Maestro che per primo seguì la via dell’abbassamento fino alla morte (cf. Mt 5, 10; Gv 15, 20; Mt 10, 23; Mt 5, 11-12). Il linguaggio di Francesco e la sua scelta di certe parole di Gesù prova che egli non si fa nessuna illusione. Quando i frati minori assumono Gesù come punto di riferimento e meta della loro meditazione, debbono essere disponibili ad impegnare la propria vita. E chi si impegna si espone… Il capitolo 16 della Regola non bollata presenta molto chiaramente la possibilità e il rischio del martirio. La disponibilità al martirio non è richiesta solo a coloro che “vanno tra i saraceni”, ma a «tutti i frati dovunque essi siano» (v. 10) .

Per Francesco addirittura i persecutori, anche quelli che infliggono la morte, vanno considerati come degli « amici », sono causa del raggiungimento della vita eterna:

Sono, dunque, nostri amici tutti coloro che in­giustamente ci infliggono tribolazioni e angustie, ignominie e ingiurie, dolori e sofferenze, martirio e morte, e li dobbiamo amare molto poiché, a motivo di ciò che essi ci infliggono, abbiamo la vita eterna[14].

Per Francesco, quindi, il martirio fa parte essenziale della sequela di Cristo dei frati minori.

Francesco non esclude nessuno dalle sue preoccupazioni missionarie, il cuore si apre a tutti gli u omini sempre però da autentico piccolo umile e servo inutile.

Francesco non solo vuole che il frate minore non polemizzi con i differenti ma anzi sia a tutti sottomesso fino al martirio ma, con una larga anticipazione «ecumenica», non esita lui stesso di adottare usi costumi dagli «infedeli» musulmani riconoscendo così che ci sono elementi comuni tra diverse religioni. Nella Lettera ai reggitori dei popoli egli scrive: «E siete tenuti ad attribuire al Signore tanto onore fra il popolo a voi affidato, che ogni sera si annun­ci, mediante un banditore o qualche altro segno, che siano rese lodi e grazie all’onnipotente Signore Iddio da tutto il popolo» (LetReg 7: FF 213). In questo desiderio di Francesco di annunziare da un banditore la lode quotidiana a Dio, gli studiosi vedono un influsso dell’uso islamico della salat. Egli infatti, in occasione del viaggio missionario del 1219-1220, era stato impressionato come la gente seguisse l’invito alla preghiera scandito più volte al giorno dal Muezzin e innalzasse a Dio la propria lode. Per lui la lode a Dio doveva unire i cristiani e i musulmani.

Anche nella Lettera a tutto l’Ordine troviamo un accenno all’uso dei musulmani e dei cristiani orientali prostrarsi per terra quando si pronunziava il nome di Dio: « Ascoltando il nome di lui, adoratelo con timore e ri­verenza proni verso terra: Signore Gesù Cristo, Figlio dell’Altissimo è il suo nome, che è benedetto nei secoli » (LetOrd 4: FF 215).

Nessuno è escluso dall’interesse umile e fervente di Francesco. Nella seconda metà del 23 capitola della Regola non bollata, dopo essersi rivolto a tutti gli stati nella chiesa, si rivolge con slancio a tutto il mondo: « tutti i piccoli e i grandi e tutti i popoli, genti, razze e lingue, tutte le na­zioni e tutti gli uomini d’ogni parte della terra, che sono e saranno, noi tutti frati minori, servi inutili, umil­mente preghiamo e supplichiamo perché perseveriamo nella vera fede e nella penitenza, poiché nessuno può salvarsi in altro modo» (FF 68).

Il frate minore, sull’esempio del proprio fondatore, per quanto gli è possibile raggiungerà tutti gli uomini, anche quelli più difficili e lontani dalla propria cultura e religione. Non cercherà di esercitare su di loro violenza di nessun genere, non cercherà di ingannarli con false inculturazioni esteriori. Cercherà invece di  presentarsi per quello che è: un vero frate minore, umile armato solo di amore. Da giullare di Dio predicherà la pace e la concordia e, se si  presenterà l’occasione, per amore saprà dare anche il suo sangue. Forse così facendo non farà proselitismo, ma certamente sarà una rivelazione vivente del mistero della kenosi di Cristo attraverso cui ha salvato gli uomini anche coloro che non lo riconoscono direttamente.

Conclusione

Certamente questo modo con cui Francesco si  presentava agli uomini e si metteva in dialogo con essi  e con le loro culture non è facile applicarlo da noi oggi. Tuttavia è il solo metodo che egli voleva che anche i suoi seguaci seguissero. Le tecniche missionarie, la preparazione teologia, la conoscenza delle lingue e dei costumi della gente dove siamo invitati ad operare, sono necessari, ma non risolutivi.

Noi abbiamo una ricchezza che gli altri ordini non hanno, quella di essere discepoli di Francesco il santo universalmente accettato, ma anche di essere «frati minori». Questa è la nostra debolezza dal punto di vista umano, ma anche la nostra forza e la nostra ricchezza dal punto di vista della fede. Possiamo dire con S. Paolo «Quando sono debole è allora che sono forte».

Il francescano umile, povero, senza pretese che si presenta agli altri amandoli anche nella loro differenza religiosa e culturale, che predica la pace essendo pacifico e disarmato in tutto egli stesso, che ama tutti gli esseri anche quelli  inanimata e perciò è un vero «ecologista», che si avvicina agli altri senza pretese trionfaliste, senza la volontà di fare violenza alle coscienze degli altro sotto la pretesa di predicare loro la verità, anzi è pronto ad accettare dagli altri quello che hanno di buono e si pone accanto a loro come fratello minore, questo francescano sarà amato e rispettato anche da chi non è cattolico anzi neppure cristiano.

 Cristo prima ancora di essere annunziato con le parole sarà trasmesso dal modo di essere del frate minore. Il dialogo con gli altri sarà un incontro non tanto di parole ma di cuori e se nonostante tutto ci sentiremo respinti ma continueremo lo stesso ad amare chi non ci accetta, anche allora la nostra presenza in quei luoghi e in mezzo a quelle persone non sarà inutile. E’ proprio in questi casi che mostreremo il volto più sconcertante di Cristo, quello della sua kenosis, quello cioè che ha salvato gli  uomini, tutti gli uomini anche quegli non ci vogliano accettare.



[1] Cf. L. Santucci (a cura di), Francesco, otto secoli di una grande esperienza cristiana, Milano 1981, 99.

[2] N. Berdjaev, Il senso della creazione. Saggio per una giustificazione dell’uomo, Jaca Book, Milano 1994, 334.

[3] Cf. Santucci (a cura di), Francesco, 98.

[4] Rapporto a El Greco (in greco), Atene 1974, 86

[5] N. Kazantzakis, Il poverello di Dio, tr. it. F. Maspero, Pres. Y. Spiteris, Piemme, Casale Monferrato 1990. Esistono parecchie altre traduzioni di questo romanzo di Kazantzakis. In francese: Le Pauvre d'Assise, Traduit du grec par Gisèle Prassinos et Pierre Fridas, Librairie Plon, Paris 1957, 1977. In inglese: Saint Francis, Translated from the greek by P.A. Bien, A Touchstone Book published by Sim and Scuster, New York 1962.

[6] Kazantzakis, Il poverello di Dio, tr. it. cit., 21.

[7] P. Kanellopoulos, La storia dello spirito europeo (in greco). vol. I., Atene 1958, 208.

[8] Cf. J. De Gaigneron, «Un bizantino dei nostri giorni» (in greco), in Aa. Vv., In memoria di Contoglou nei dieci anni dalla sua morte (in greco), Atene 1970, 128.

[9] Test 14: FF 116. Su S. Francesco e il Vangelo cf. d. Dozzi, Il Vangelo nella Regola non bollata di Francesco d’Assisi, Roma 1989; Th. Matura, Comment François lit et interprète l’Évangile, in Évangile aujourd’hui 88 (1975) 55-63; Idem, François d’Assise « auteur spirituel ». Le message de ses écrits, Cerf, Paris 1996, 236-239.

[10] Cf. A. Shorter, Toward a Theology of Inculturation, Geoffrey Chapman, London 1988, 80.

[11] Ad Gentes, 2.

[12] Historia Occidentalis, 32: FF 2227.

[13] R. Manselli, san Francesco, Roma 1980, 225.

[14] Regnb XXII, 3-4: FF 56.